«Chi guida le aziende ha responsabilità etiche e sociali»

La Provincia Pavese — 18 marzo 2015
Lectio magistralis del vescovo ai manager di Confindustria
«Serve un ripensamento culturale degli imprenditori»

 

Il vescovo di Pavia monsignor Giovanni GiudiciSolidarietà, responsabilità sociale non solo nei confronti del disagio, ma anche nel costruire la società del futuro. Questi sono i temi sui quali il vescovo Giovanni Giudici invita gli imprenditori a riflettere continuando a domandarsi che cosa sia la vita buona nel nostro tempo e nel nostro territorio. Lui lo sa che non è facile e sa anche che questo vuol dire «una fatica da iniziare sempre da capo», ma agli imprenditori riuniti nella sala di Confindustria vuole che il suo messaggio, uno degli ultimi della suo incarico pastorale a Pavia, arrivi forte e rimanga nelle coscienze. Un intervento colto e acuto, che parte in piena umiltà: «Sono un uomo di Chiesa, non sono esperto di politiche imprenditoriali, e neppure di economia in senso ampio». Eppure il lavoro e l’idea di aiutare affrontare le sfide della crisi sono nei suoi pensieri da anni. Sua l’idea di creare Amico Lavoro che ha raccolto 1200 curricula, suo il Compralavoro con le sue 4mila ore di lavoro regalate, suo l’appoggio alla rete di imprese «Made in Pavia», ma a monsignor Giudici non basta: «Bisogna mettere in moto un ripensamento culturale». E il perchè lo spiega quando sottolinea «l’innegabile disagio» in cui si trova la società e ricorda che la metà della ricchezza del mondo è detenuta dall’1% degli individui e che 7 persone su 10 vivono in Paesi dove la diseguaglianza economica è aumentata negli ultimi 30 anni. «È evidente – dice – che non vi è una risposta facile, ma il mio riflettere vorrebbe essere un appello a farsi carico, in modi e forme da precisare, di problemi che sembrano esulare dai compiti propri di un imprenditore. Intendo tuttavia dimostrare che la vita buona va a costituire l'impegno etico e la responsabilità etica dell'imprenditore oggi». Giudici non fa sconti quando spiega che «i meccanismi di mercato, lasciati a se stessi, operano e possono operare nel senso di una soluzione iniqua, almeno a breve termine, del problema, concentrando su alcuni il costo, in termini di disoccupazione, delle pur necessarie ristrutturazioni nell'attività produttiva». Il vescovo non si aspetta che i correttivi, per una più equa distribuzione anche del lavoro e del tempo libero, possano arrivare dall’interno del sistema economico, se li attende dalla solidarietà. Una solidarietà che però oggi è carente sia tra i singoli, sia nella collettività e pure nell’organizzazione dell’attività economica. Ma un via per arrivare a quella vita buona che Giudici auspica c’è e inizia rifuggendo dalle aspettative troppo alte e dai bisogni indotti frutto di sollecitazioni che «di fatto plasmano interessi, mentalità e disposizioni determinate». Su questo il monito: «Conseguenze di così grande portata non possono essere affidate al gioco di forze irresponsabili o anche solo al caso». Certo tutto ciò per monsignor Giudici andrebbe affrontato con il faro dei valori ma «il linguaggio morale, tende progressivamente ad assumere i tratti dell'espressione retorica e le parole sono ridotte a forme vuote di contenuto». L’antidoto a detta sua è prendersi direttamente cura della stessa esperienza morale, delle condizioni che ne garantiscono la possibilità e lo sviluppo. Giudici invita anche a far attenzione ai rischi di una divisione specialistica del sapere che perde di vista la realtà complessiva: «Anche la razionalità economica è una razionalità parziale e la sua legittima autonomia è solo relativa; essa esige di essere limitata da una razionalità più ampia, che si interroghi appunto sulla qualità o validità dei fini perseguiti e non solo sull'efficienza dei mezzi impiegati. I costi sociali rischiano di essere trascurati se i bilanci economici sono solo esclusivamente in termini monetari».

 

 

» L'articolo su “La Provincia Pavese” del 18 marzo 2015