“Chi non lavora non mangia”

Il detto, reso famoso da San Paolo, rappresentava una rottura con la mentalità schiavistica che riteneva il lavoro un disvalore, un’attività servile.

 

Col crescente affermarsi di un sistema che tende a privilegiare il profitto ad ogni costo, mettendo in secondo piano la Persona, chi resta senza lavoro rischia di perdere la soddisfazione dei bisogni anche più elementari. Chi resta senza lavoro non mangia. Il capitale è indifferente, non solo alle sofferenze del disoccupato, ma anche alla stessa vita umana. Per Paolo, viceversa, la non disponibilità di lavoro crea uno squilibrio nel tessuto sociale. Crea vuoto da una parte e sovraccarico da un'altra. Mentre qualcuno non lavora, qualche altro deve lavorare per lui, così che c'è chi mangia pane che altri hanno sudato. II lavoro è dunque un diverso nome per dire giustizia, rispetto, e amore del prossimo.

Quanto a noi nel nostro tempo ci sono comprensibilmente la rincorsa al posto di lavoro e l'incubo della disoccupazione. Ma non c'è altrettanto rigore nel tessere, mediante il proprio lavoro, giuste e corrette relazioni sociali e civiche.

Premesse per un lavoro socialmente costruttivo e cristianamente ispirato al comandamento dell'amore non possono essere infatti né quel lavoro privato che persegua il profitto ad ogni costo e senza regole, né il lavoro pubblico che non si ispiri ai concetti di mandato, solidarietà, servizio, rispetto. Se non si lavora con l'animo giusto, non si dovrebbe neanche mangiare.